Letture di Aprile: Harry Potter

IMG_8784-1(immagine presa dal web)

Era da tanto tempo che mi volevo approcciare a questa SAGA, ma ho sempre rimandato, vuoi per pigrizia, vuoi perchè avevo sempre altri libri sul comodino, vuoi perchè i fantasy non sono mai stati il mio forte. C’era anche una parte di me che li snobbava, credendoli libri per bambini e invece mi sono dovuta ricredere, perchè leggendoli mi sono affezionata ai personaggi e appassionata alle loro storie.

Li ho letti di corsa, tutti d’un fiato perchè ero curiosa di vedere come andava a finire, ma quando sono arrivata al 6°, il penultimo della Saga, ho rallentato per godermi la storia e assaporare le ultime avventure. Da una parte ero ansiosa di sapere, dall’altra volevo non finire mai, per non lasciare i personaggi.

E’ bello quando un libro, in questo caso una serie di libri, ti prende così tanto e ti fa dimenticare la realtà che ti sta intorno. In fondo è questo che noi lettori cerchiamo nella lettura: sogno, evasione, avventura. E devo dire che in Harry Potter troviamo un po’ di tutto questo.

Questa lettura mi è piaciuta tanto anche perchè l’ho commentata passo passo con una mia amica Carla, Fan nr 1 di Harry ed è stato divertente confrontare le nostre impressioni, esprimere i dubbi,  condividere le paure per la sorte dei personaggi, quasi come se si trattasse di una storia vera.

Ero indecisa se recensirli uno per uno o se fare una recensione cumulativa e alla fine ho deciso di parlarne in generale per evitare di dare delle anticipazioni e di rovinare la sorpresa a chi di voi non li ha ancora letti e magari passa di qui per caso.

Harry è in apparenza un bambino come tanti. Rimasto orfano all’età di un anno, viene affidato alle tutt’altro che amorevoli cure degli zii Petunia e Vernon Dursley, che lo costringono a vivere un’infanzia infelice, segregato in uno stanzino, costretto a subire le angherie dell’odioso cugino Dudley.

Il giorno del suo undicesimo compleanno, però, tutto cambia: riceve dapprima delle strane lettere, che gli zii cercano in tutti i modi di tenergli nascoste, e poi la visita del gigante Hangrid che gli svela una straordinaria verità: Harry è un mago e anche i suoi genitori lo erano.

Il ragazzino quindi scopre che tutte quelle strane cose che gli accadevano in apparenza senza la sua volontà (i capelli che gli crescono di notte da soli, il cugino che viene “spedito” sul tetto della scuola dopo l’ennesima vessazione nei suoi confronti) erano scaturite dai suoi poteri, sfuggiti al suo controllo.

Scopre anche che i suoi genitori non sono morti a causa di un incidente stradale, come gli zii gli hanno sempre fatto credere, ma sono stati uccisi dal malvagio Lord Voldemort. Harry scoprirà in seguito che il vero destinatario della sua maledizione doveva essere proprio lui e che la madre ha sacrificato la sua vita per salvarlo. La cicatrice che porta sulla fronte altro non è che la testimonianza dell’attacco subito da Lord Voldermort che l’ha lasciato illeso. Proprio il fatto di essere l’unico sopravvissuto all’attacco di questo potente e malvagio mago, fa di Harry una specie di eroe all’interno della comunità magica, ma gli attira anche le antipatie e le invidie di chi crede che la sua “fama” sia immeritata.

Nella scuola di magia di Hogwarts, che tutti i maghi hanno il diritto di frequentare al compimento dell’undicesimo anno di età,  farà la conoscenza di Ron Weasley e di Hermione Granger, che diventeranno i suoi migliori amici e i suoi compagni di avventura e instaurerà dei rapporti di amicizia che saranno destinati a durare negli anni e diventeranno il fulcro della storia.

Già dal primo giorno, infatti, Harry si troverà invischiato in misteriose avventure che lo porteranno a cercare di salvare non solo se stesso ma tutta la scuola dagli attacchi di Lord Voldemort e sarà grazie all’aiuto dei suoi amici, e alla fedeltà di chi gli vuole bene, che riuscirà a creare un vero proprio Esercito, (l’Esercito di Silente), determinato a combattere contro il male.

Credo che la morale della storia sia in parte anche questa: ok Harry è un predestinato, ha dei poteri straordinari e tutti lo ammirano, però da solo, senza l’aiuto dei suoi amici, non sarebbe andato molto lontano.

Una delle tante cose che mi sono piaciute è stato proprio vedere come i personaggi sono cresciuti, ognuno con le sue peculiarità e col suo ruolo e come i legami tra loro si sono intrecciati e rafforzati nel tempo.

Con il Terzo Volume della Saga (Il Prigioniero di Azkaban) abbiamo cominciato a conoscere qualcosa di più del passato di Harry e dei suoi genitori, perchè è stato introdotto il personaggio di Sirius Black, Padrino di Harry e abbiamo conosciuto Lupin, eccentrico professore, amico dei suoi genitori.

Questo volume della Saga è uno dei miei preferiti, perchè nei primi due volumi Harry vive la sua situazione di orfano con profonda sofferenza: non sa nulla della sua famiglia perchè gli zii si sono sempre rifiutati di raccontare qualcosa di loro, si sente solo, non ha un posto che possa davvero definire casa e invece con l’arrivo di Sirius finalmente conosce qualcuno che aveva un legame profondo con i suoi genitori e accarezza l’idea di lasciare casa degli zii. Per la prima volta si sente voluto, come se anche lui avesse una famiglia come tutti gli altri. E finalmente può fare delle domande su suo padre e sua madre senza essere sgridato o punito. L’ho trovato molto commovente.

Toccante è anche il rapporto che si viene a creare tra Harry e la Signora Weasley, madre di Ron, che si occuperà di lui come di un figlio e che cercherà, con le sue amorevoli cure, di compensare la figura materna. Vedremo come Harry, che non è abituato ad essere trattato con tanto affetto e premura,  si sentirà spesso soffocare da tutte queste attenzioni e tenterà dei moti di ribellione e di distacco.

Altro personaggio chiave è il Preside della scuola: Albus Silente, che diventerà per Harry un vero e proprio mentore.

Con saggezza e determinazione cercherà di stemperare la natura irruente e a volte impulsiva del protagonista, dandogli consigli e suggerendogli punti di vista differenti, per fargli inquadrare gli eventi in modo più oggettivo. Sarà a tutti gli effetti il punto di riferimento più importante per il nostro piccolo Mago con il quale, specialmente nel sesto volume, svilupperà un rapporto speciale.

Uno dei protagonisti definirà Harry “L’uomo di Silente sempre e comunque” e non c’è termine migliore per definire la fedeltà e l’estrema fiducia che  ripone in lui. Vedremo nell’ultimo volume, infatti, come Harry si affiderà ciecamente a lui, anche a costo di mettere a repentaglio la propria vita.

Segnalo, perchè molto bello,  il quarto volume (Il Calice di Fuoco), con un finale assolutamente inaspettato e struggente, ma non anticipo nulla perchè per goderne appieno l’emozione, va letto. Io ho letteralmente “bevuto” le ultime cento pagine.

Il Quinto (L’Ordine della Fenice) invece è pesante: lungo, difficile da leggere, antipatico direi, però vale la pena leggerlo perchè serve ad introdurre il Sesto (Il Principe di Mezzosangue) e il Settimo (I Doni della Morte) che sono dei piccoli capolavori.

Per tutta la Saga si avvertono, dietro la determinazione e, diciamolo, l’arroganza di Harry, la sofferenza e la rabbia per quanto gli è stato portato via troppo presto (la famiglia) e non si può fare a meno di fare il tifo per lui, di sperare che alla fine riesca a vendicarsi. Ma è anche inevitabile provare un pochino di antipatia nei suoi confronti quando lo si vuole dipingere come l’eroe del momento,  che deve sempre “salvare” tutti e sentirsi al centro dell’attenzione. Personalmente ho trovato molto umane le reazioni   di Ron,  stanco di essere l’eterno secondo. L’ho visto quasi come un Robin, nel fumetto Batman e Robin, anche se nel corso della Saga ha modo di riscattarsi e di dimostrare il suo valore in più di un’occasione.

Un aspetto che sia io che la mia amica Carla abbiamo notato, è la somiglianza tra le persecuzioni subite da Harry ed i suoi amici  ad opera dei Mangiamorte, alle persecuzioni degli Ebrei avvenute nella realtà.

Sembra quasi che la Rowling abbia cercato di raccontare la Storia a suo modo, per renderla comprensibile anche ai più piccini.

In effetti le assonanze sono tante: i Maghi che non praticano la magia oscura vengono perseguitati e uccisi e sono costretti a nascondersi, i Mangiamorte occupano la scuola e nella Città vige un clima di vero e proprio terrore, dove chi è diverso, chi non accetta le regole assurde imposte dai seguaci di Voldemort viene torturato e ucciso.

Fa spavento leggere tutto ciò in un libro per bambini, ma se si pensa che sono cose accadute realmente, beh non si può fare a meno di fermarsi un attimo a riflettere sul fatto che l’animo umano è capace di grandi atrocità e che spesso la realtà può essere più crudele della fantasia.

A parer mio, però, quello che la Rowling cerca di trasmettere è un messaggio positivo. In tutti i volumi della Saga ad emergere non è l’orrore per le malvagità commesse da Voldemort e dai suoi seguaci, ma piuttosto l’unione e la fedeltà che i protagonisti hanno gli uni nei confronti degli altri.

Lottano insieme per il raggiungimento di un bene comune e niente è lasciato al caso, perchè anche i personaggi che in apparenza posso sembrare “minori” (come Paciock e Luna, ad esempio) si riveleranno fondamentali per il proseguo della storia perchè saranno proprio loro che guideranno la rivolta, dimostrando tutto il loro valore e il loro coraggio nella battaglia finale.

Diciamocelo: se si fosse parlato solo di lui, del mago supereroe che affronta da solo tutte le avventure, ci saremmo stancati dopo il primo libro, invece a fare il successo di questa Saga è stata proprio la coralità: tutti sono protagonisti, tutti sono importanti per il raggiungimento dell’obiettivo, non solo Harry.

Ed è anche per questo che quando giri l’ultima pagina (dopo aver letto un finale un po’ troppo melenso e scontato per essere credibile), senti che tutti loro ti mancheranno, perchè ognuno ti ha regalato un’emozione e ti ha lasciato un “qualcosa”.

Ed è proprio quel qualcosa che rende un libro diverso e speciale rispetto agli altri e ti fa venire voglia di leggerlo e rileggerlo ancora.

Voto: 8

Recensione: Kitchen

kitchenAutore: Banana Yoshimoto

Editore: Feltrinelli

Anno: 2002

Forse è il fatto che io abbia letto questo libro in un momento personale molto delicato, che me lo fa amare così tanto (e mi rende così difficile recensirlo).

Parla della morte, della solitudine di chi rimane e dei legami che si possono creare tra due persone, anche se non fanno parte della stessa famiglia. E’ un libricino piccolo, di pochissime pagine, eppure è scritto in maniera così delicata e toccante che non può non entrarti dentro e non farti sentire completamente coinvolto.

So già che “raccontandolo” non riuscirò a descriverne il fascino e la magia e un po’ mi spiace, perché vorrei invogliarvi a leggerlo e poi sentire i vostri pareri, capire se anche voi ne siete rimasti colpiti quanto me.

Si divide in tre parti: Kitchen, Plenilunio, Moonlight Shadow.

Kitchen

Mikage si sente sola e abbandonata dopo la morte di sua nonna. Era l’ultimo familiare rimastole dopo la prematura morte dei genitori e ora vivere in quella grande casa che ha condiviso con lei, con la consapevolezza di non avere più nessuno al mondo, la fa sentire persa, senza radici, senza nessuno su cui contare.

In questo stato d’animo sofferto, incontra Yuichi, suo compagno di università e amico di sua nonna e senza pensarci troppo accetta il suo invito a restare a casa sua e di sua madre fino a quando non si sentirà meglio.

In questo luogo neutro si abbandona ai ricordi e si rende conto che tra tutte le stanze della casa, quella in cui ha sempre cercato rifugio e conforto nei momenti difficili è sempre stata la cucina. E ruotano intorno alla cucina anche i momenti più intimi, di condivisione, con questa nuova famiglia.

E’ lì infatti che Eriko, la madre di Yuichi, le racconta la sua vita, il suo passato da uomo e la decisione di diventare donna. E’ lì che queste tre persone si riuniscono, creano un legame e diventano a tutti gli effetti una famiglia.

Grazie all’influenza positiva di Eriko, Mikage ritrova il proprio equilibrio interiore e decide di riprendere in mano la sua vita e di tornare a vivere da sola.

La frase conclusiva di questo primo racconto è molto significativa, perché fa comprendere come anche nei momenti più neri si possano trovare spunti di riflessione che aiutino a trovare dentro di sé la forza per rialzarsi:

***

“Diventerò grande, accadranno tante cose e toccherò il fondo molte volte. Soffrirò molte volte e molte volte mi rimetterò in piedi. Non mi lascerò sconfiggere. Non mi lascerò andare”.

 

Plenilunio

Mikage vive da sola, ha trovato la sua strada e abbandonati gli studi si è dedicata anima e corpo alla passione per la cucina, diventando assistente di una cuoca professionista. Una sera riceve una telefonata da Yuichi, che non sente da parecchio tempo, che le comunica che sua madre Eriko è stata assassinata da un ammiratore impazzito.

Sconvolta dalla notizia, decide di raggiungerlo e fermarsi a casa sua per qualche tempo.

Insieme a lui riflette sulla vita e sulla morte e su quello che Eriko ha rappresentato per loro. Entrambi si sentono dei sopravvissuti perché sono ormai soli al mondo e soffrono perché è come se la morte li circondasse e tutte le persone che amano dovessero morire. Ma dopo un primo momento di sconforto, Mikage si rende conto che la vita deve andare avanti e che non bisogna mai perdere la speranza.

***

“Avevo provato ad affidarmi completamente alla sorte, buona o cattiva che fosse. Mi sembrava che tutto sarebbe stato più facile. Ma quando capii che nemmeno questo serviva a rendere la vita più sopportabile, diventai anch’io un’adulta come tutti gli altri, capace di conciliare le cose più atroci con la vita di tutti i giorni”

***

Dovendo stare via per qualche giorno per lavoro, Mikage lascia la casa di Yuichi, ma continua a pensare a lui. A causa della sfuriata di una sua compagnia di università gelosa e all’incontro con una vecchia amica di Eriko, finisce poi per interrogarsi sui  suoi veri sentimenti nei suoi confronti.

Corre da lui in piena notte, per portargli del cibo consolatorio e si dichiara:

***

“Può darsi che in futuro stando con me conoscerai dolori, guai, problemi ma, se vuoi, costruiamo insieme una vita complicata, ma più felice di qualsiasi vita solitaria”

***

Il finale ve lo lascio immaginare.

Moonlight Shadow

Questo racconto, che non è incluso in tutte le versioni di Kitchen, è in realtà la tesi di laurea di Banana Yoshimoto. Io vi consiglio di cercare una versione che lo includa, perché è veramente molto bello.

Parla di una ragazza, Satsuki, che perde prematuramente il suo fidanzato e cade in una forte depressione, che le fa desiderare di essere morta con lui.

Ci sono delle frasi molto toccanti che rendono perfettamente l’idea del suo stato d’animo:

Con tutta me stessa avrei voluto fermarmi: smettere di camminare, smettere di vivere. Il pensiero che ci sarebbe stato un domani, e poi un dopodomani, e poi una settimana, non mi era mai sembrato tanto insopportabile. Continuare a vivere nei giorni a venire con quella sensazione di sconforto totale mi ripugnava. Mi era ingrata anche la mia stessa figura che percorreva le strade come quelle di qualsiasi altro passante notturno senza rivelare lo scompiglio che aveva dentro

***

Volevo dormire alla luce delle stelle. Volevo svegliarmi nella luce del mattino. A parte questo, tutto il resto mi era completamente indifferente.

***

La separazione e la morte sono atroci. Però un amore che non sembri l’ultimo della vita, per una donna non è che un inutile passatempo.

***

Felicità è anche non accorgersi che in realtà si è soli.

***

Per cercare di superare il dolore e distrarsi dal pensiero di Hitoshi, Satsuki va a correre tutti i giorni sulla strada che porta al ponte ed è proprio in una di queste cose mattutine che incontra una strana ragazza, mai vista prima.

Già dal primo sguardo sente per lei una forte simpatia e si accorge, osservandola, di provare una sensazione di tranquillità e pace. Si presentano e Uraka (così si chiama la ragazza) le confida che da lì a pochi giorni, proprio in quel punto, le succederà qualcosa di straordinario.

Incuriosita e affascinata da questa ragazza, che pur non conoscendola sembra capirla dal profondo, Satsuki accetta di rivederla.

Nel frattempo incontra il fratello di Hitoshi, che nell’incidente ha perso anche la sua fidanzata.

Satsuki rimane molto colpita dalla reazione di lui, che per ricordare il suo amore e renderle omaggio, indossa un vestitino alla marinaretta che era stato suo. In lui trova l’amore di un fratello, e il sostegno di un amico. Tra loro si crea un legame profondo, accresciuto dal dolore per le perdite che entrambi hanno subito.

Un giorno, mentre è a casa malata che cerca di riprendersi da un grosso raffreddore, riceve la telefonata di Uraka che le dice frasi molto confortanti che rappresentano una metafora della sua depressione e del dolore che sta vivendo:

“Il raffreddore, sai” disse Urara con voce calma, abbassando lievemente le palpebre, “adesso è nella fase peggiore. Stai cosi male che preferiresti morire. Però forse a questo punto non può peggiorare. Ogni persona ha limiti che non possono essere oltrepassati. E’ vero, in futuro il raffreddore ti potrebbe tornare, in una forma forte e altrettanto grave, ma se tieni duro forse non accadrà più per tutta la vita. E’ cosi che funziona. Puoi considerare inaccettabile la possibilità che torni, oppure, se torna dire a te stessa “Beh, ci risiamo di nuovo?” e tutto diventa molto più facile”

***

Nel corso di questa telefonata, Uraki le dà appuntamento appena prima dell’alba sul ponte (che è anche il luogo in cui lei e Hitoshi si incontravano sempre, dato che vivevano sulle sponde opposte del fiume). Le spiega infatti che una volta ogni 100 anni in corrispondenza dei grandi fiumi è possibile vedere un proprio caro che è morto. Questo può avvenire solo in circostanze particolari, quando i pensieri e i ricordi tra la persona che non c’è più e chi invece è rimasto, sono ancora in qualche modo legati.

Satsuki, con un misto di emozione e paura, si reca all’appuntamento e proprio mentre sta per venire l’alba, aldilà del fiume,  lo vede.

Vorrebbe correre da lui, abbracciarlo, parlargli ma non può… Lui la osserva, la saluta da lontano fino a che piano piano la sua immagine svanisce.

Dopo questo evento spettacolare e toccante, Satsuki capisce che è venuto il momento di andare avanti.

 Soffre ancora per lui, ancora sente la sua mancanza, ma capisce che la vita la sta chiamando e lei vuole vivere.

***

“Vorrei essere felice. Più della fatica di continuare a scavare nel fondo del fiume, mi attira il pugno di sabbia dorata che ho trovato. Vorrei che tutte le persone che amo fossero più felici di quanto non siano.”

***

Questo romanzo mi ha molto emozionata perché mi ha dato speranza in un momento in cui lo sconforto ed il dolore prevalevano sul resto e mi ha aiutata a capire che se scaviamo bene bene dentro noi stessi, riusciamo sempre a trovare la forza per rialzarci, anche dai dolori più grandi.

Un altro messaggio che mi ha trasmesso è l’importanza di stare vicini alle persone care che stanno vivendo un momento difficile. E’ con l’amore che si possono superare tutte le difficoltà, è con la vicinanza ed il sostegno che possiamo aiutare chi amiamo a superare ogni paura.

Dedico questa recensione al mio amore. ❤

Voto: 9

 

Recensione: L’altra Donna del Re

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Autore: Philippa Gregory

Editore: Sperling & Kupfer

Anno: 2008

Mi sono interessata a questo libro perchè il film mi è piaciuto moltissimo e perchè adoro le storie che prendono spunto da fatti realmente accaduti. Il fatto il poi che fosse a sfondo storico ha aggiunto quel pizzico di “magia” in più che me lo ha fatto divorare fino all’ultima pagina.

Il romanzo è ambientato nel sedicesimo secolo, in Inghilterra, alla corte del Re Enrico VIII e narra la storia di due sorelle, Anna e Maria Bolena, che, spinte dall’ambizione della propria famiglia, vengono gettate prima l’una e poi l’altra tra le braccia del Re.

Detto così è riduttivo.

Dovete immaginare queste due sorelle, una ambiziosa, sicura di sè, caparbia, l’altra più timida, insicura, remissiva che si vogliono bene e non sanno fare a meno l’una dell’altra, eppure sono in continua competizione. E in mezzo a loro George, un fratello amatissimo da entrambe, che cerca di fare da paciere, assecondando di volta in volta i capricci della sorella “favorita”, ma senza mai dimenticarsi di sostenere anche l’altra, per non farla sentire trascurata.

Chi di noi ha una sorella, specialmente se più grande di età, può ben capire cosa significhi vivere costantemente nella sua ombra, combattuti tra ammirazione e affetto da un lato e voglia di emergere e distinguersi dall’altro.

Immaginate poi quanta competizione ci deve essere e quanta tensione, se entrambe le sorelle cominciano ad interessarsi allo stesso uomo!

La storia racconta che Enrico VIII, ossessionato perchè la moglie Caterina D’Aragona non riesce a dargli un figlio maschio che erediti il Regno, comincia a guardarsi intorno, tra le dame di compagnia della Regina, per individuare una possibile amante.

La famiglia Bolena, nella speranza di ottenere favori e crescere socialmente, decide di sfruttare al massimo la situazione e manda avanti la loro secondogenita Maria, già sposata (matrimonio combinato ovviamente) a William Carey, amico del Re.

Inizialmente le cose sembrano andare bene: lei, grazie anche ai consigli della sorella Anna, appena rientrata dalla Francia, diviene la favorita del Re e in breve tempo la sua amante. Gode di un momento di fama straordinario, il Re le regala gioielli, appartamenti e la sua famiglia ottiene terreni e benefici.

Quando scopre di essere incinta è al colmo della felicità, perchè lei il Re lo ama davvero e sogna un futuro insieme a lui. Questo forse è il suo primo errore, il secondo è quello di sottovalutare le ambizioni della sorella e la mancanza di scrupoli dei propri familiari che non esistano a farla “rimpiazzare” quando si accorgono che l’interesse del Re nei suoi confronti comincia a scemare.

Sono infatti il padre e lo zio di Maria che durante la sua seconda gravidanza incoraggiano la sorella ad attirare l’attenzione del Re per fare in modo che in caso di cambiamenti nelle sue preferenze, sia sempre una Bolena a restare al suo fianco per non danneggiare la famiglia.

Solo che Anna ha delle mire alte, non si accontenta di essere la sua beniamina e la sua amante, vuole diventare sua moglie, vuole essere acclamata come Regina d’Inghilterra.

Comincia così a lavorare di astuzia, per attirarlo sempre di più nella sua rete: gioca al gatto col topo. Un momento prima sembra desiderarlo, un attimo dopo si ritrae. Lo provoca fino a farlo impazzire di desiderio e poi gioca a fare la pudica. Lo tiene sulle spine con sagacia, convincendolo che l’unico modo per averla è ripudiare sua moglie e sposare lei.

Il Re si adopera per fare in modo che il matrimonio con Caterina d’Aragona venga annullato, con manovre non molto pulite che dureranno anni e termineranno con l’allontanamento della regina dal palazzo.

Così facendo si compie il destino di Anna che diventa sì Regina, ma attira su di sè le antipatie e l’odio del popolo.

La gente si rende conto che se perfino la Regina d’Inghilterra può essere ripudiata dal marito e il loro matrimonio annullato, attraverso leggi create ad hoc per ottenere i propri scopi, allora nessuno è più al sicuro.

Quando poi nemmeno lei riesce a dare al Re un erede maschio, ma anzi,dopo aver partorito una figlia femmina, continua ad avere un aborto dietro l’altro, i suoi rapporti con Enrico diventano sempre più tesi e lui comincia a rivolgere le proprie attenzioni verso Jane Seymour, una cugina appartenente alla famiglia rivale.

Presa dal panico, Anna compie gesti non proprio edificanti: brucia un neonato nato morto, consulta una strega per abortire il bimbo che porta in grembo e che non sente più muoversi dentro di lei e arriva a compiere l’atto peggiore, diventando l’amante del fratello.

Nel frattempo fra il popolo comincia a spargersi la voce che Anna appartenga alla stregoneria e questo spinge Enrico ad assumere una balia spia che quando lei partorisce un neonato morto e deforme, glielo va a riferire, come conferma dei suoi sospetti.

Tanto basta al Re per farla accusare di adulterio e stregoneria e farla rinchiudere nella Torre di  Beauchamp.

Oltre a lei vengono arrestati anche alcuni uomini, tra cui suo fratello, accusati di essere i suoi amanti.

La Corte della Corona si pronuncerà contro di loro e li farà giustiziare nel prato davanti alla villa.

Stessa sorte toccherà ad Anna, che verrà giustiziata nonostante le promesse del Re di concederle il perdono a patto che accetti di annullare il suo matrimonio con lui e andare in esilio.

Ma dove abbiamo lasciato Maria? La sorella remissiva che per accontentare le brame della famiglia è diventata la puttana del Re e poi è stata dimenticata da tutti?

Beh lei si è rifatta una vita in campagna e direi che tra tutti i Bolena è stata quella che ha fatto la scelta migliore.

Già dopo la prima gravidanza Maria aveva capito di non essere portata per la vita di Corte e aveva deciso che se le cose con il Re fossero andate male, si sarebbe recata nella tenuta di campagna della famiglia e avrebbe vissuto di quello, occupandosi dei lavori manuali a lei più congegnali, e crescendo sua figlia in semplicità. Quando poi ha avuto Enrico, il suo secondogenito, il pensiero di lasciare la Corte si è fatto via via sempre più vivido, ma i doveri verso la propria famiglia e la paura che ribellandosi avrebbe perso la possibilità di rivedere i suoi figli, l’avevano sempre frenata. E’ stato quando ha conosciuto William Stafford e si è innamorata di lui che ha trovato il coraggio di lasciare la corte e seguire i propri desideri.

Come dicevo, la scelta si è rivelata la più saggia, perché quando l’ira del Re si è abbattuta sui suoi fratelli e la sua famiglia è caduta in disgrazia, lei si è potuta tenere a distanza e condurre la vita che aveva sempre sognato insieme ai suoi figli.

Quello che emerge da questa lettura è la poca considerazione che si aveva della donna all’epoca. La si usava nei giochi di potere per ottenere favori, non ci si preoccupava dei suoi sentimenti e addirittura si arrivava a spingerla a diventare un’amante se questo conveniva alla famiglia. Quando poi non serviva più allo scopo, la si sostituiva con un’altra.

Ciò nonostante sono proprio tre donne ad essere protagoniste in questa storia:

  • Maria sottomessa ed ubbidiente e considerata sciocchina dai propri familiari che però quando si è trattato di decidere per la propria vita ha saputo compiere la scelta più saggia andando controcorrente;
  • Anna, ambiziosa e determinata che con malizia e astuzia ha saputo ottenere quello a cui molte altre ambivano ma che poi è caduta vittima dei suoi stessi giochi
  • Infine la Regina, che nonostante i capricci ed i tradimenti del marito, nonostante si sia cercato di infangare la sua persona inventandosi accuse inesistenti, non ha mai perso la propria dignità e il proprio coraggio

Quelli che sicuramente non escono bene sono le figure maschili.

Il Re capricciosissimo e incostante, gli zii e il padre delle Bolena cattivi e manipolatori, lo stesso George vittima delle sue stesse passioni non è mai riuscito ad imporsi, sempre vittima dei capricci di una o dell’altra sorella, mai in grado di decidere qualcosa per sé.

Per farla breve tanto nei romanzi, quanto nella vita, le Donne sono sempre le migliori 🙂

Voto: 9

Recensione: 19 minuti

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Autore: Jodi Picoult

Edizione: Corbaccio

Anno: 2008

Questo è un libro che fa riflettere sul bene e sul male e sul fatto che non sempre chi compie un gesto orribile può essere considerato un mostro e soprattutto non sempre le presunte vittime sono innocenti fino in fondo.

19 minuti è il tempo che ci ha messo Peter Houghton, timido e sottomesso ragazzo di 17 anni ad imbracciare pistole e fucili e a compiere una strage presso la sua scuola, uccidendo dieci compagni e ferendone altri diciannove.

Un gesto premeditato, crudele, compiuto a mente fredda da una persona senza scrupoli.. eppure se ci fermiamo un attimo ad osservare la storia dietro alle apparenze e proviamo ad ascoltare anche la voce del protagonista, ci accorgiamo che non è tutto come sembra.

Scopriremo che Peter era un emarginato, preso di mira e deriso fin dal primo giorno di asilo, scopriremo come i ragazzi uccisi lo avessero vessato e umiliato fino a farlo “esplodere”.

Difficile provare empatia per queste “vittime” che non si sono fatte scrupolo di sfotterlo, picchiarlo, chiamandolo “frocio” o sfigato e portandolo addirittura ad avere dubbi sulla propria identità sessuale.

Difficile non provare pena e dispiacere per questo ragazzo che ha cercato tutta la vita di essere accettato dai propri coetanei, senza mai riuscirci.

Alla fine quello che lui voleva era essere accettato dal gruppo, sentire di far parte di qualcosa e quando anche la sua migliore amica, Jodi Cormier, l’altra protagonista di questa storia, gli  volta le spalle, qualcosa dentro di lui si incrina e crepa dopo crepa, umiliazione dopo umiliazione, si rompe, portandolo a compiere un gesto irreparabile.

Esemplificativo è  il passaggio in cui lui, solo in carcere, piange non perchè è stato arrestato, ma perchè si rende conto che alcuni di quelli che lo hanno vessato sono morti, o sfigurati, o paralizzati ma continueranno ad essere inaccessibili per lui. Un gruppo a parte, un gradino sopra.

E’ interessante come Jodi Picolut descrive i due protagonisti, mostrando come dietro l’apparente sicurezza di sè di Josie, (amata e benvoluta in tutta la scuola), si nascondano delle fragilità, di come in realtà lei e Peter siano simili, disposti a tutto pur di acquistare popolarità.

Una popolarità difficile da portare e in fondo scomoda, se porta la stessa Josie a svendere se stessa e a mentire per apparire diversa da come è in realtà, vivendo con la paura costante che la gente scopra chi sia veramente.

Dicevo, un libro che fa riflettere, che insegna a non giudicare dalle apparenze e che mostra il peso che la diversità ha nella nostra Società, dove se non sei figo, non hai il capello giusto, il giusto abbigliamento, sei out.

Interessante anche il colpo di scena finale, a dimostrazione che non è sempre tutto come sembra.

Come sempre la Picolut tratta temi scottanti in maniera magistrale e non delude.

E’ un’autrice che consiglio.

Voto: 9

Recensione: Acido Solforico

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Autore: Amélie Nothomb

Editore: Voland

Anno Pubblicazione: 2006

Questo romanzo è in realtà una provocazione.

In una Società in cui l’immagine e l’apparenza hanno più importanza dei valori veri, l’autrice prova ad immaginare un reality show ambientato in un campo di concentramento simile a quello nazista, in cui i cittadini vengono rinchiusi, sottoposti ad umiliazioni e torture e infine uccisi, sotto l’occhio vigile delle telecamere.

I due personaggi che si contrappongono in questo romanzo sono da un lato la malvagia Zdena, leader dei kapò (che assomigliano in tutto e per tutto ai generali nazisti cui si ispirano) e dall’altro l’angelica e pura Pannonique, che finirà per diventare la portavoce del gruppo di deportati.

Procedendo nella lettura vedremo come Zdena svilupperà un’ossessione nei confronti della bella Pannonique e come questa ossessione la porterà dapprima ad essere sempre più violenta e aggressiva e poi a sviluppare un istinto di protezione nei suoi confronti, arrivando a passarle cibo di nascosto (che la nostra eroina dividerà con i suoi compagni di sventura) e a modificare i manganelli con cui la colpisce, per renderli leggeri e quindi innocui.

Vedremo come anche in mezzo ad umiliazione e dolore, Pannonique riuscirà a mantenere la propria dignità e ad essere sostegno e forza per gli altri deportati, riscuotendo in questo modo le simpatie ma anche le gelosie di alcuni compagni.

Senza cedere ai ricatti sessuali di Zdena, riuscirà a toccare la sua anima e a convincerla ad aiutare lei e i suoi compagni a fuggire dal lager.

Alla fine di questa esperienza si troveranno entrambe cambiate: Pannonique trovando dentro di sé la capacità di perdonare chi le ha fatto del male, Zdena scoprendo la gioia di aiutare un’amica in difficoltà senza pretendere nulla in cambio.

Quello su cui l’autrice ha voluto soffermarsi, però, non è stato solo il rapporto tra le due protagoniste e quindi tra bene e male, ma il ruolo che il pubblico ha avuto in tutta la vicenda.

Colpiti e indignati dalle parole di Pannonique, che durante la diretta televisiva li ha accusati di essere degli assassini, i telespettatori, non si sono però tirati indietro quando si è trattato di votare chi eliminare.

Nonostante gli appelli accorati apparsi sui giornali e l’indignazione che un reality di questo tipo poteva suscitare, il pubblico non ha smesso di seguire il programma, anzi, si è dimostrato sollecito nel voler partecipare attivamente, decidendo chi uccidere.

Con questo romanzo, secondo me, la Nothomb ha voluto porre l’accento in modo provocatorio sulla scala di valori falsati che la Società odierna impone, in cui una comparsata televisiva è quasi più importante di una vita umana.

Ha voluto mostrare, estremizzandola, quanto può essere bieca la natura umana, che dietro ad una facciata di finto perbenismo, può nascondere in realtà istinti deprecabili.

Ho apprezzato molto questo libro, che ho trovato interessante e originale.

Voto: 8,5

Gli ultimi giorni di Marilyn Monroe

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Autore: Keith Badman

Editore: Rizzoli

Anno: 2012

L’autore di questo libro è un giornalista specializzato in musica e cinema che per una volta ha voluto improvvisarsi detective e cercato di dipanare il mistero della morte di una delle più grandi icone del cinema, Marilyn Monroe.

Ancora adesso, a 50 anni dalla sua scomparsa, sono parecchie le bugie che ruotano attorno alla sua persona: presunti rapporti con la mafia, relazioni con personaggi celebri, malattie, aborti ed è davvero difficile capire dove finisce la realtà e dove cominciano le falsità.

Su di lei si è davvero detto tanto, troppo e si è arrivati anche ad infangare la sua memoria, per questo Keith Badman ha voluto indagare per saperne di più, per mostrare al pubblico anche la sua verità e “difendere” l’immagine di Marilyn.

Il quadro che ci mostra di lei è quello di una persona estremamente fragile, profondamente segnata dai drammi vissuti durante l’infanzia, che non ha mai superato la paura dell’abbandono che questi traumi le hanno procurato.

Ben diversa dalla “femme fatale” che fingeva di essere in pubblico, era in realtà una donna che cercava disperatamente l’affetto degli altri e lo faceva nell’unico modo che conosceva: attraverso il suo corpo.

Aveva capito che per attirare l’attenzione degli uomini, quello era lo strumento di maggiore impatto e allora lo sfruttava al massimo, dando sesso per ricevere amore, ma si è dovuta ricredere ben presto, quando si è accorta che per quanti partner potesse avere, per quante proposte matrimoniali potesse ricevere, il vuoto che sentiva dentro non si riusciva lo stesso a colmare.

E’ stato questo vuoto, quest’ansia di apparire, questo desiderio spasmodico di essere amata a farla precipitare sempre di più in un vortice di depressione, alcool, psicofarmaci.

A colpirmi non sono state tanto queste cose, che bene o male avevo già sentito o letto, quanto il constatare quanto fossero negative e deleterie le persone che aveva accanto.

“Amici”, colleghi, persino gli stessi medici che l’avevano in cura, sembravano mossi da interessi personali e invece di aiutarla, la sfruttavano al massimo per ottenere soldi, visibilità, fama riflessa.

L’unico che davvero l’ha amata e le è stato vicino fino alla fine è stato Joe di Maggio.

E’ commovente leggere le cose che ha fatto per lei quando era in vita, dimostrandole sempre affetto sincero e disinteressato e come ha continuato ad amarla e a rispettarla dopo la morte: il modo in cui ha allontanato i personaggi del jet set dal suo funerale, in modo che avesse una sepoltura dignitosa e come ha continuato fino alla fine a far recapitare un mazzo di rose rosse sulla sua tomba, dimostrando di non averla mai dimenticata.

Questo è amore.

E per ironia della sorte, proprio lei che cercava amore ovunque e nelle persone sbagliate, non si è mai resa conto di averlo lì a portata di mano, sotto i suoi occhi.

Quello che mi è piaciuto di questo libro è stato che ha dipinto una Marilyn molto più umana e naturale di quello che appariva nei suoi film o in quello che si leggeva e si legge tutt’oggi sui giornali. Una Marilyn donna come noi, con le sue fragilità, con le sue paure, che poi sono le stesse che molte di noi hanno: paura dell’abbandono, della solitudine, desiderio di essere amata.

Quello che mi è piaciuto meno è stato il tono didascalico ed eccessivamente prolisso in alcuni punti, ma forse era inevitabile per poter spiegare e far capire al lettore quello che l’attrice stava vivendo in quegli anni, che tipo di pressioni ha avuto, quali ansie stava vivendo e cosa l’ha portata ad abusare di alcool e farmaci.

Quello che mi ha insegnato questa storia è che anche le persone in apparenza forti e sicure di sè, attorniate da tanti amici, da fama e potere, in realtà possono avere delle fragilità e ritrovarsi alla fine della loro vita completamente sole.

Questo è molto triste.

Voto: 5

Recensione: La luce nelle case degli altri

ImmagineAutrice: Chiara Gamberale

Editore Mondadori

Anno 2010

La giovane Maria, vivace amministratrice di condominio di Via Grotta perfetta, 315 a Roma muore prematuramente in un incidente stradale, lasciando una figlia di 6 anni e una lettera in cui rivela che il vero padre della bambina, con cui ha avuto una fugace storia d’amore, è uno dei condomini del palazzo.

La lettera viene letta durante una delle riunioni di condominio e suscita scalpore tra gli abitanti della casa. Onguno per motivi propri teme che la rivelazione possa scombinare gli equilibri della propria famiglia: chi perchè teme che Mandorla sia frutto di una relazione extraconiugale, chi perchè geloso della profonda amicizia che legava Maria al proprio compagno, sospetta che tra i due ci possa essere stato “qualcosa di più”.

Per questo motivo, dopo una rapida consultazione e dopo aver preso in considerazione e subito accantonato l’idea del DNA, i condomini decidono che cresceranno la piccola Mandorla tutti insieme, come una grande famiglia, ospitandola a turno nelle proprie case.

Si delineano così, attraverso gli occhi della bambina, che è voce narrante di questa storia, i caratteri dei vari personaggi.

C’è la Signorina Polidoro, solitaria settantenne abbandonata dai propri famigliari, che si affeziona alla bambina e vede nella sua compagnia un modo per riscattare una vita di solitudine e di pochi affetti.

Ci sono i coniugi Grò, donna in carriera lei, regista fallito lui, che si allontaneranno progressivamente con la nascita del loro bambino Lorenzo e finiranno per lasciarsi.

Ci sono i due omosessuali Paolo e Michelangelo, che insegneranno a Mandorla a crescere senza pregiudizi, spiegandole cosa significa essere “diversi” e che le parleranno della madre attraverso i ricordi dell’amicizia profonda che la legava a Michelangelo e che suscitava le gelosie di Paolo.

La coppia apparentemente male assortita Lidia e Lorenzo, che non fanno altro che litigare dalla mattina alla sera e mostreranno a Mandorla gli effetti di un amore “dipendente” e malato e infine la famiglia dei Barilla (padre, madre e due figli) apparentemente perfetta e stabile, ma che dietro alle apparenze si rivela invece piuttosto problematica.

Assisteremo quindi alla crescita di Mandorla, attraverso i rapporti e le relazioni che svilupperà con gli altri condomini della casa e vedremo come la sua continua ricerca di se stessa e il suo sentirsi diversa dagli altri in quanto “senza padre”, influenzeranno la sua crescita e il suo rapporto con i coetanei.

La vedremo fragile e riflessiva, desiderosa di prendere il posto degli oggetti di casa, pur di avere un proprio spazio e una propria identità che le facciano capire chi è e quale strada seguire; la vedremo innamorata e confusa e la accompagneremo passo passo nella sua ricerca del suo vero padre, fino alla consapevolezza finale: non è poi così importante scoprire chi sia, perchè in fondo ognuna delle persone con cui ha vissuto le ha lasciato qualcosa di sè.

Voto: 6,5

Recensione: Io non soffro per amore

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Autrice: Etxebarrìa Lucìa

Editore Guanda

Anno 2007

Oggi vorrei parlarvi di un libro che ho letto la settimana scorsa e che mi è piaciuto molto perchè mi ha fornito parecchi spunti di riflessione sul mio modo di relazionarmi con gli altri.

Si parla infatti di dipendenza emotiva, di come questa influenza le nostre decisioni non solo nei sentimenti, ma un po’ in tutti i campi della nostra vita.

L’autrice analizza le possibili cause e le fa risalire all’ambiente familiare in cui siamo cresciuti, al rapporto genitore-figlio, alle mancanze vissute nell’infanzia che cerchiamo di colmare da adulti rincorrendo rapporti e persone “sbagliate”.
Fa anche un’analisi molto interessante sulle caratteristiche-tipo dell’individuo distinguendolo in varie tipologie:
– l’insicuro (a rischio di dipendenza)
– l’evitante (che attira persone insicure di cui “sfrutta” le debolezze per sentirsi più forte)
– il sicuro
e attraverso esempi pratici relativi a persone che conosce descrive il modo in cui le varie tipologie interagiscono tra di loro.
In questo modo il lettore ha modo di rendersi conto da solo se il suo modo di relazionarsi con il mondo esterno è “sano” o se rispecchia insicurezze o addirittura dipendenze e deve quindi correre ai ripari, per evitare sofferenze future.

Un altro aspetto preso in considerazione è il modo in cui la Società, i media, la televisione, influenzano il nostro modo di pensare, proponendoci modelli di comportamento falsati, poco corrispondenti alla realtà.
Film che ci mostrano che solo se sei buono, sottomesso e passivo riuscirai ad essere apprezzato dai tuoi simili, giornali che ci mostrano ideali fisici irrangiungibili ai più, che ci spingono a rincorrere la forma fisica perfetta, a cercare di assomigliare ad attori e modelli, ricorrendo in casi estremi anche alla chirurgia estetica.
Addirittura le favole che ci hanno propinato da bambini ci hanno portato a pensare che la donna debba per forza avere un ruolo passivo e sentirsi realizzata solo ed esclusivamente con un uomo (il principe azzurro) al suo fianco e se diamo troppa retta a questi messaggi subliminali, rischiamo di passare tutta la vita a cercare inconsciamente di riproporre questi ideali, sentendoci frustrati se non riusciamo a realizzarli.

L’unica parte che ho trovato un po’ noiosa è stata quella in cui l’autrice per spiegare come la televisione influenza il ns modo di comportarci, ha preso ad esempio alcune telenovelas Spagnole, addentrandosi troppo minuziosamente nei particolari.

Nel complesso ho trovato questo libro ben scritto, “educativo”, ma senza essere pesante.

Voto: 8