Letture di Aprile: Harry Potter

IMG_8784-1(immagine presa dal web)

Era da tanto tempo che mi volevo approcciare a questa SAGA, ma ho sempre rimandato, vuoi per pigrizia, vuoi perchè avevo sempre altri libri sul comodino, vuoi perchè i fantasy non sono mai stati il mio forte. C’era anche una parte di me che li snobbava, credendoli libri per bambini e invece mi sono dovuta ricredere, perchè leggendoli mi sono affezionata ai personaggi e appassionata alle loro storie.

Li ho letti di corsa, tutti d’un fiato perchè ero curiosa di vedere come andava a finire, ma quando sono arrivata al 6°, il penultimo della Saga, ho rallentato per godermi la storia e assaporare le ultime avventure. Da una parte ero ansiosa di sapere, dall’altra volevo non finire mai, per non lasciare i personaggi.

E’ bello quando un libro, in questo caso una serie di libri, ti prende così tanto e ti fa dimenticare la realtà che ti sta intorno. In fondo è questo che noi lettori cerchiamo nella lettura: sogno, evasione, avventura. E devo dire che in Harry Potter troviamo un po’ di tutto questo.

Questa lettura mi è piaciuta tanto anche perchè l’ho commentata passo passo con una mia amica Carla, Fan nr 1 di Harry ed è stato divertente confrontare le nostre impressioni, esprimere i dubbi,  condividere le paure per la sorte dei personaggi, quasi come se si trattasse di una storia vera.

Ero indecisa se recensirli uno per uno o se fare una recensione cumulativa e alla fine ho deciso di parlarne in generale per evitare di dare delle anticipazioni e di rovinare la sorpresa a chi di voi non li ha ancora letti e magari passa di qui per caso.

Harry è in apparenza un bambino come tanti. Rimasto orfano all’età di un anno, viene affidato alle tutt’altro che amorevoli cure degli zii Petunia e Vernon Dursley, che lo costringono a vivere un’infanzia infelice, segregato in uno stanzino, costretto a subire le angherie dell’odioso cugino Dudley.

Il giorno del suo undicesimo compleanno, però, tutto cambia: riceve dapprima delle strane lettere, che gli zii cercano in tutti i modi di tenergli nascoste, e poi la visita del gigante Hangrid che gli svela una straordinaria verità: Harry è un mago e anche i suoi genitori lo erano.

Il ragazzino quindi scopre che tutte quelle strane cose che gli accadevano in apparenza senza la sua volontà (i capelli che gli crescono di notte da soli, il cugino che viene “spedito” sul tetto della scuola dopo l’ennesima vessazione nei suoi confronti) erano scaturite dai suoi poteri, sfuggiti al suo controllo.

Scopre anche che i suoi genitori non sono morti a causa di un incidente stradale, come gli zii gli hanno sempre fatto credere, ma sono stati uccisi dal malvagio Lord Voldemort. Harry scoprirà in seguito che il vero destinatario della sua maledizione doveva essere proprio lui e che la madre ha sacrificato la sua vita per salvarlo. La cicatrice che porta sulla fronte altro non è che la testimonianza dell’attacco subito da Lord Voldermort che l’ha lasciato illeso. Proprio il fatto di essere l’unico sopravvissuto all’attacco di questo potente e malvagio mago, fa di Harry una specie di eroe all’interno della comunità magica, ma gli attira anche le antipatie e le invidie di chi crede che la sua “fama” sia immeritata.

Nella scuola di magia di Hogwarts, che tutti i maghi hanno il diritto di frequentare al compimento dell’undicesimo anno di età,  farà la conoscenza di Ron Weasley e di Hermione Granger, che diventeranno i suoi migliori amici e i suoi compagni di avventura e instaurerà dei rapporti di amicizia che saranno destinati a durare negli anni e diventeranno il fulcro della storia.

Già dal primo giorno, infatti, Harry si troverà invischiato in misteriose avventure che lo porteranno a cercare di salvare non solo se stesso ma tutta la scuola dagli attacchi di Lord Voldemort e sarà grazie all’aiuto dei suoi amici, e alla fedeltà di chi gli vuole bene, che riuscirà a creare un vero proprio Esercito, (l’Esercito di Silente), determinato a combattere contro il male.

Credo che la morale della storia sia in parte anche questa: ok Harry è un predestinato, ha dei poteri straordinari e tutti lo ammirano, però da solo, senza l’aiuto dei suoi amici, non sarebbe andato molto lontano.

Una delle tante cose che mi sono piaciute è stato proprio vedere come i personaggi sono cresciuti, ognuno con le sue peculiarità e col suo ruolo e come i legami tra loro si sono intrecciati e rafforzati nel tempo.

Con il Terzo Volume della Saga (Il Prigioniero di Azkaban) abbiamo cominciato a conoscere qualcosa di più del passato di Harry e dei suoi genitori, perchè è stato introdotto il personaggio di Sirius Black, Padrino di Harry e abbiamo conosciuto Lupin, eccentrico professore, amico dei suoi genitori.

Questo volume della Saga è uno dei miei preferiti, perchè nei primi due volumi Harry vive la sua situazione di orfano con profonda sofferenza: non sa nulla della sua famiglia perchè gli zii si sono sempre rifiutati di raccontare qualcosa di loro, si sente solo, non ha un posto che possa davvero definire casa e invece con l’arrivo di Sirius finalmente conosce qualcuno che aveva un legame profondo con i suoi genitori e accarezza l’idea di lasciare casa degli zii. Per la prima volta si sente voluto, come se anche lui avesse una famiglia come tutti gli altri. E finalmente può fare delle domande su suo padre e sua madre senza essere sgridato o punito. L’ho trovato molto commovente.

Toccante è anche il rapporto che si viene a creare tra Harry e la Signora Weasley, madre di Ron, che si occuperà di lui come di un figlio e che cercherà, con le sue amorevoli cure, di compensare la figura materna. Vedremo come Harry, che non è abituato ad essere trattato con tanto affetto e premura,  si sentirà spesso soffocare da tutte queste attenzioni e tenterà dei moti di ribellione e di distacco.

Altro personaggio chiave è il Preside della scuola: Albus Silente, che diventerà per Harry un vero e proprio mentore.

Con saggezza e determinazione cercherà di stemperare la natura irruente e a volte impulsiva del protagonista, dandogli consigli e suggerendogli punti di vista differenti, per fargli inquadrare gli eventi in modo più oggettivo. Sarà a tutti gli effetti il punto di riferimento più importante per il nostro piccolo Mago con il quale, specialmente nel sesto volume, svilupperà un rapporto speciale.

Uno dei protagonisti definirà Harry “L’uomo di Silente sempre e comunque” e non c’è termine migliore per definire la fedeltà e l’estrema fiducia che  ripone in lui. Vedremo nell’ultimo volume, infatti, come Harry si affiderà ciecamente a lui, anche a costo di mettere a repentaglio la propria vita.

Segnalo, perchè molto bello,  il quarto volume (Il Calice di Fuoco), con un finale assolutamente inaspettato e struggente, ma non anticipo nulla perchè per goderne appieno l’emozione, va letto. Io ho letteralmente “bevuto” le ultime cento pagine.

Il Quinto (L’Ordine della Fenice) invece è pesante: lungo, difficile da leggere, antipatico direi, però vale la pena leggerlo perchè serve ad introdurre il Sesto (Il Principe di Mezzosangue) e il Settimo (I Doni della Morte) che sono dei piccoli capolavori.

Per tutta la Saga si avvertono, dietro la determinazione e, diciamolo, l’arroganza di Harry, la sofferenza e la rabbia per quanto gli è stato portato via troppo presto (la famiglia) e non si può fare a meno di fare il tifo per lui, di sperare che alla fine riesca a vendicarsi. Ma è anche inevitabile provare un pochino di antipatia nei suoi confronti quando lo si vuole dipingere come l’eroe del momento,  che deve sempre “salvare” tutti e sentirsi al centro dell’attenzione. Personalmente ho trovato molto umane le reazioni   di Ron,  stanco di essere l’eterno secondo. L’ho visto quasi come un Robin, nel fumetto Batman e Robin, anche se nel corso della Saga ha modo di riscattarsi e di dimostrare il suo valore in più di un’occasione.

Un aspetto che sia io che la mia amica Carla abbiamo notato, è la somiglianza tra le persecuzioni subite da Harry ed i suoi amici  ad opera dei Mangiamorte, alle persecuzioni degli Ebrei avvenute nella realtà.

Sembra quasi che la Rowling abbia cercato di raccontare la Storia a suo modo, per renderla comprensibile anche ai più piccini.

In effetti le assonanze sono tante: i Maghi che non praticano la magia oscura vengono perseguitati e uccisi e sono costretti a nascondersi, i Mangiamorte occupano la scuola e nella Città vige un clima di vero e proprio terrore, dove chi è diverso, chi non accetta le regole assurde imposte dai seguaci di Voldemort viene torturato e ucciso.

Fa spavento leggere tutto ciò in un libro per bambini, ma se si pensa che sono cose accadute realmente, beh non si può fare a meno di fermarsi un attimo a riflettere sul fatto che l’animo umano è capace di grandi atrocità e che spesso la realtà può essere più crudele della fantasia.

A parer mio, però, quello che la Rowling cerca di trasmettere è un messaggio positivo. In tutti i volumi della Saga ad emergere non è l’orrore per le malvagità commesse da Voldemort e dai suoi seguaci, ma piuttosto l’unione e la fedeltà che i protagonisti hanno gli uni nei confronti degli altri.

Lottano insieme per il raggiungimento di un bene comune e niente è lasciato al caso, perchè anche i personaggi che in apparenza posso sembrare “minori” (come Paciock e Luna, ad esempio) si riveleranno fondamentali per il proseguo della storia perchè saranno proprio loro che guideranno la rivolta, dimostrando tutto il loro valore e il loro coraggio nella battaglia finale.

Diciamocelo: se si fosse parlato solo di lui, del mago supereroe che affronta da solo tutte le avventure, ci saremmo stancati dopo il primo libro, invece a fare il successo di questa Saga è stata proprio la coralità: tutti sono protagonisti, tutti sono importanti per il raggiungimento dell’obiettivo, non solo Harry.

Ed è anche per questo che quando giri l’ultima pagina (dopo aver letto un finale un po’ troppo melenso e scontato per essere credibile), senti che tutti loro ti mancheranno, perchè ognuno ti ha regalato un’emozione e ti ha lasciato un “qualcosa”.

Ed è proprio quel qualcosa che rende un libro diverso e speciale rispetto agli altri e ti fa venire voglia di leggerlo e rileggerlo ancora.

Voto: 8

Recensione: Per dieci minuti

Per dieci minutiAutore:  Chiara Gamberale

Editore: Feltrinelli

Anno: 2013

Chiara è nata e cresciuta in un paesino sul lago a un’ora di strada da Roma, Vicarello.

Lì ha avuto i suoi primi successi, le sue prime delusioni, i suoi primi amori. Vive con il marito in una casa attaccata a quella dei genitori, con solo l’orto a dividerli e questo la fa sentire protetta e sicura, ma le impedisce anche di prendersi le responsabilità della sua vita da adulta. Sa che per qualunque problema le  basta “attraversare” l’orto, raggiungere i suoi e farsi aiutare. E, diciamolo, forse in fondo vivere così attaccata ai suoi le fa comodo perchè non ha tutta questa voglia di crescere.

Ma un bel giorno il marito, stanco di quella noiosa routine, le chiede di trasferirsi a Roma e la sua vita, improvvisamente,  cambia.

Chiara fa fatica ad ambientarsi lontana dalla sua famiglia, dal quartiere in cui è cresciuta, dal suo rassicurante lago e viene presa dall’apatia.

La poca voglia di mettersi in gioco, il suo lasciarsi vivere, a poco a poco finiscono per coinvolgere anche il suo matrimonio e suo marito, attratto da una donna più giovane, e affascinato dall’idea di vivere una relazione più spensierata, decide di lasciarla.

Il mondo le cade addosso: si ritrova sola, in una Città che non le piace e perde pure il lavoro,  rimpiazzata dalla diva televisiva del momento.

Le sembra di non avere più un motivo per continuare a vivere, eppure lei ancora non lo sa, ma è proprio da qui che la sua vita ricomincia ad acquistare significato. Ora non potrà più nascondersi dietro le spalle del marito, non avrà più la famiglia pronta a sorreggerla e a risolverle i problemi, dovrà per forza crescere, mettersi in gioco e costruire una nuova se stessa.

Si rivolge ad una psicologa che le dà un compito: ogni giorno per un mese, deve dedicare dieci minuti a fare qualcosa che non ha mai fatto, qualunque cosa, purchè sia nuova.

E così comincia questo gioco e scopre, giorno dopo giorno, dei lati di sè che non conosceva, ritrova la voglia di vivere, scopre persone e posti che, chiusa nel suo mondo ovattato e sicuro, aveva sfiorato senza veramente vedere.

E improvvisamente una mattina si accorge che quel dolore così grande che non la faceva respirare, gradatamente sta passando, che quella sensazione di vuoto alla bocca dello stomaco non c’è quasi più e capisce di avercela fatta, di essere andata avanti:

“Ma poi è arrivata quella mattina. Dove misteriosamente ho sentito che non faceva più così tanto male là dove faceva male. O che forse, ormai, a quel dolore mi stavo abituando. E che in un modo o nell’altro, insomma potevo andare avanti.  Forse lo stavo addirittura già facendo”

Questo le dà lo stimolo necessario a crearsi degli obiettivi, a proseguire il romanzo che aveva nel cassetto, a trovare una trama che possa interessare il suo potenziale lettore.

E qui la Gamberale ha scritto una frase che da lettrice ho amato molto perchè racchiude un po’ l’essenza di tutti noi che ci rifugiamo nella lettura per evadere dai nostri problemi quotidiani e in un altro mondo in cui “rifugiarci” per continuare a sognare:

“Chi sono, dunque, “i lettori”?
Sono senz’altro persone molto diverse fra loro. Siamo diversi, appunto.
Molto diversi fra noi. Leggiamo per noia, per curiosità, per scappare dalla vita che facciamo, per guardarla in faccia, per sapere, per dimenticare, per addomesticare i mostri fra la testa e il cuore, per liberarliNon ci somigliamo per niente anche se teniamo in mano, amiamo, detestiamo, e se per Natale regaleremo a chi ci è più caro, lo stesso libro.Non ci somigliamo per niente.
Fatalmente, è proprio per questo che, sì non c’è dubbio, Esistiamo.
Uguali solo a noi stessi, con la speranza di affidare a un’altra storia la nostra. Per perderla. Per ritrovarla. Per rimediare, in qualche modo, all’esistenza”.

Ma torniamo alla nostra Chiara, che grazie al gioco dei dieci minuti capisce che “il meglio della vita sta in tutte quelle esperienze interessanti che ancora ci aspettano” e realizza che nascondendosi in un rapporto che la faceva sentire protetta, confinata in uno posto noto che le permetteva di lasciarsi vivere senza prendere nessuna vera decisione, in realtà stava perdendo delle occasioni.

“Perché nelle infinite semplificazioni con cui crediamo di metterci in salvo e dentro cui invece ci perdiamo, c’è una cosa, una soltanto, che non può venirci dietro, che non possiamo ingannare. Questa cosa è il tempo. Che è qualcosa di pochissimo, se siamo felici. È qualcosa di tantissimo, se siamo disperati. Comunque sta lì. Con una lunga, estenuante, miracolosa serie di dieci minuti a disposizione. Abbiamo l’occasione di farci quello che ci pare, con la maggior parte di quei dieci minuti. Ma ci sono momenti in cui non riusciamo proprio a coglierla, l’occasione. Ci sono momenti in cui, anzi, ci pare una disdetta. Quei momenti sono bugie. Per fortuna però ci sono momenti come questo in cui dobbiamo saltare”

E alla fine della sua esperienza capisce che spesso ci si sente terrorizzati da certi eventi che in realtà poi si rivelano necessari, per poter crescere.

“Ma Mio Marito mi ha raggiunto proprio in quel particolare punto di noi dove, se toccati, riusciamo a sentirci almeno un po’ speciali. Addirittura fantastici, in certi momenti. A casa… Ecco.  E quando un essere umano ti tocca lì, è dura farne a meno. Hai paura di perdere tutta te stessa perdendo lui. Ma non è così tu sei tu con o senza tuo marito”

Comprende  che la sofferenza provata a causa dell’abbandono del marito in realtà le è servita perchè le ha permesso di diventare una persona nuova, per certi versi migliore di quella che era insieme a lui.

Questa nuova consapevolezza di sè le dà la forza di non lasciarsi andare, di non accettare compromessi che ostacolerebbero la sua felicità e fa sì che lei accolga nella sua vita persone nuove che la agevolano nel percorso di crescita personale e ne allontani invece quelle che  rendono questo cammino pesante, faticoso.

“Ma credo ci siano persone che non dobbiamo sforzarci di accogliere: sono già entrate nella nostra vita mentre non ce ne rendevamo conto. Mentre a chissà cos’altro stavamo pensando E allo stesso modo,ci sono persone che non dobbiamo sforzarci di allontanare dalla nostra vita. Di fatto sono già fuori. Anche loro, sono uscite mentre non ce ne rendevamo conto”

E’ smettendo di restare aggrappati all’idea che ci si è fatta di certe persone  e di certi rapporti che permettiamo a noi stessi di vivere davvero e di prendere in mano la nostra esistenza.

Il senso del libro è proprio questo: a volte è proprio quando ci sembra di aver perso tutto e di aver toccato il fondo che la vita ci dona un’altra possibilità.

Sta a noi saperla cogliere.

Libro molto bello, voto 8

Serie: Agatha Raisin e la Quiche Letale

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Autore: M. C. Beaton

Editore: Astoria

Anno: 2011

Quest’estate, in uno dei tanti gruppi di lettura presenti su facebook, ho sentito parlare di questa scrittrice, definita “la nuova Agatha Christie” e mi sono incuriosita perché è stato proprio con i gialli di Agatha Christie che da ragazzina mi sono appassionata alla lettura. Ho pensato “devo leggerla”, ma avevo altre letture in programma, mille altre cose da fare e me ne sono quasi dimenticata.

Quando a fine ottobre, oppressa dall’odiatissimo blocco del lettore, ho scartabellato tra i libri in stand-by alla ricerca di qualcosa di leggero con cui occupare la mente, mi sono ricordata di questa serie e mi sono detta perché no, proviamo.

I libri in tutto per ora sono 8 e ho cominciato dal primo, che ho divorato in un giorno.

Certo lo stile non è proprio come quello della Christie, però capisco che possa ricordarla, perché le storie sono ambientate in una piccola cittadina di campagna, dove tutti si conoscono e le avventure che capitano alla protagonista potrebbero essere paragonate a quelle di una Miss Marple dei nostri giorni.

A differenza di Miss Marple, però Agatha Raisin è tutto tranne che un’amabile vecchietta, anzi! E’ egocentrica, determinata, e per ottenere quello che vuole non disdegna di usare mezzi non sempre leciti.

Appena trasferita a Carsely da Londra, dove ha chiuso la sua rinomata agenzia di pubbliche relazioni, Agatha fatica ad ambientarsi: in paese si conoscono tutti e i forestieri non sono visti di buon occhio. Inoltre, l’aver rubato la donna delle pulizie alla sua antipaticissima vicina e il suo modo di fare non proprio simpatico, non la aiutano ad ottenere consensi nel villaggio.

Decisa più che mai a cambiare questa situazione, si iscrive ad una gara di cucina. E’ convinta infatti che se vincerà la gara, diventerà automaticamente popolare e la gente del paese la rispetterà. Peccato che non sappia cucinare!!! Così, pensando di non essere scoperta, si reca in una nota rosticceria di Londra e acquista una quiche agli spinaci da presentare al concorso, spacciandola per sua.

Ma la fortuna non è dalla sua, perché oltre a non vincere la gara, la sua quiche provoca la morte di uno dei giudici e le aliena ulteriormente le simpatie dei suoi vicini.

Agatha però non si arrende: aiutata da un egocentrico ex collega, venuto per farle compagnia, e decisa a riabilitare la sua persona, si mette ad indagare sull’omicidio e, dopo una serie di incidenti e situazioni al limite del surreale, scopre l’assassino.

Giallo leggero, ironico, simpatico.

Lettura poco impegnativa, adatta al periodo che sto vivendo.

Voto: 7

Recensione: Io prima di te

IO PRIMA DI TE

Autore: Jojo Moyes

Editore: Mondadori

Anno: 20013

Mi avevano parlato molto bene di questo libro, ma ero indecisa se cominciarlo o meno. Ho imparato per esperienza che i libri troppo pubblicizzati, che vanno di “moda”, spesso deludono le mie aspettative. Inoltre, sapevo che l’argomento toccato era piuttosto delicato e temevo che sarebbe stato troppo doloroso leggerlo. Invece, niente di tutto ciò! E’ vero che l’argomento è pesantuccio, ma la scrittura è scorrevole e a tratti divertente.

Nonostante questo, le mie 4 lacrime, tra una pagina e l’altra, le ho versate.. ma cosa ci posso fare se sono sensibile? E poi se un libro non ti lascia dentro almeno un po’ di emozione, significa che non è bello, secondo me.

Ma passiamo alla trama.

Louisa Clark è una ragazza tranquilla e ha impostato la sua vita in modo da restare al riparo da qualsiasi emozione. Vive in una piccola cittadina (sempre la stessa da quando è nata) insieme ai propri familiari, fa un lavoro che la soddisfa ma che non la qualifica in nulla e neanche valorizza le sue capacità e sta con un ragazzo che sembra più interessato al suo allenamento di triathlon che a lei.

In questo modo forse crede di sentirsi protetta: fa quello che gli altri si aspettano da lei, accetta di buon grado che tutte le aspettative dei propri genitori siano incentrate sulla sorella, considerata più in gamba e più capace, e lascia che le sue giornate scorrano tutte uguali, senza scossoni o eccessivi turbamenti.

Non si mette mai veramente in gioco in nulla, perchè è convinta di non avere nessuna qualità, nessuna abilità particolare.

E’ solo quando perde il lavoro di cameriera ed è costretta a darsi da fare per cercarne un altro, che finalmente la sua vita cambia e lei si rende conto di avere dentro di sè molte potenzialità nascoste.

Verrà infatti assunta da Camilla Traynor, che ha bisogno di una persona che si prenda cura del figlio Will, rimasto paralizzato in seguito ad un incidente stradale e da quell’incontro tutta la sua vita cambierà e verrà stravolta.

Il compito di Louisa si rivela subito ostico: quando ha subito l’incidente che gli è costato l’uso delle gambe, Will era un dirigente di successo che amava la vita e l’avventura e non si rassegna a dover condurre il resto della sua esistenza costretto su una sedia a rotelle, per questo è scorbutico, antipatico e sembra non gradire assolutamente la sua compagnia.

Col tempo però Louisa imparerà a capire che dietro questa scorza dura, si nasconde invece un uomo sensibile, acuto, in grado di vedere aldilà delle apparenze.

Sarà grazie al suo aiuto e alla sua amicizia, che lei comincerà piano piano ad uscire dal guscio, a capire di avere delle qualità, a desiderare per sè una vita migliore, fuori dalla cittadina di provincia in cui si è rinchiusa per tutta la vita, lontano da persone che non credono in lei.

Proprio quando il loro rapporto comincia ad ingranare, però, Louisa scopre una tremenda verità: Will ha in programma di recarsi in una clinica in Svizzera dove praticano il suicidio assistito e ha concesso alla sua famiglia sei mesi di tempo per abituarsi all’idea.

Lo scopre così, per caso, ascoltando una conversazione tra la madre e la sorella di Will e inizialmente rimane talmente sconvolta dalla notizia, da decidere di licenziarsi in tronco e allontanarsi il più possibile da quella famiglia.

Successivamente però ci ripensa e si impegna anima e corpo nel tentativo di fargli cambiare idea.

Si iscrive ad un forum per persone disabili, chiede informazioni, stringe amicizie e scopre così che sono tante le attività che Will potrebbe fare e che esistono centri creati apposta per consentire anche a chi è disabile di fare sport e attività avventurose.

Crea un calendario di attività sempre diverse con il quale farlo svagare, lo convince ad uscire piano piano di casa, portandolo prima a fare pic nic sul giardino del castello vicino a cui abitano, e sposandosi via via più lontano, fino a fargli fare una vera e propria vacanza.

Spera in questo modo di fargli capire che non deve perdere la speranza e che, anche se è tetraplegico, la sua vita non è rovinata, perchè può ancora emozionarsi, divertirsi, addirittura innamorarsi.

Alla fine di questo percorso si ritroveranno entrambi cambiati, arricchiti dalle esperienze fatte e dalle emozioni vissute.

Voto: 7,5